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Iniziamo da qui... dal Made in Italy!

  • Immagine del redattore: Valentina Gobbi
    Valentina Gobbi
  • 10 ago 2020
  • Tempo di lettura: 3 min

Aggiornamento: 28 feb 2021

Ho deciso di inaugurare questo blog partendo proprio dall'ultima serie vista, finita appena pochi giorni fa, che casualmente è italiana. Casualmente perché, diciamolo, negli ultimi anni, in Italia si sono prodotte diverse serie tv di ottimo livello che nulla hanno da invidiare alle migliori produzioni americane. Quindi quale occasione migliore, per aprire l'avventura di questo blog, se non una serie made in Italy?

D'accordo... forse non è la migliore, sicuramente non brilla per originalità o genialità tecnica, ma sicuramente è una serie tv ben fatta, curata nei particolari, e si colloca a pieno titolo tra quelle che vale la pena guardare.

Made in Italy racconta un piccolo miracolo italiano (uno dei tanti) ed è essa stessa degna rappresentante del fervido e attivo panorama nostrano delle produzioni televisive, che si stanno dimostrando capaci di sfornare prodotti di respiro internazionale e di riscattare il panorama cinematografico che sembrava ristagnare.


Gli anni '70, anni di rivoluzione

Ci troviamo nel '74 e in Italia si respira aria di cambiamento. Sono anni di lotte studentesche, di sindacati in fermento, anni in cui l'omosessualità è considerata un reato e l'eroina spopola tra i giovani. Milano sta per diventare la capitale della moda e mentre nelle strade serpeggia la guerriglia dei gruppi extraparlamentari, la rivoluzione culturale esplode a colpi di ago e filo e per mezzo delle pagine patinate delle riviste di moda.


"Anche la moda è rivoluzione [...] le minigonne di Mary Quant hanno fatto la rivoluzione tanto quanto i cortei del '68"

(cit. S1-Ep1)

Il femminismo

Irene, la giovane protagonista interpretata dalla modella Greta Ferro, che, nelle prime puntate, strizza l'occhio alla impacciata Anne Hathaway de Il diavolo veste Prada ma ricorda anche tanto Alex (Jennifer Beals) di Flashdance (con il suo sguardo sognante e malinconico ma sempre pronto ad illuminarsi davanti alle novità e alle opportunità), è la classica ragazza di famiglia operaia del sud trapiantata in Lombardia, ad un passo dalla laurea e dal matrimonio. Ma siamo negli anni '70 e il ruolo di moglie e madre di famiglia, a cui le donne erano ancora relegate, sta per frantumarsi. Ad Irene sta stretta l'università, che castra la sua intelligenza e le sue intuizioni in virtù di un percorso accademico che tende ad omologare le idee, e presto si renderà conto che a stringerle è anche la sua relazione. Decide così di ribellarsi, in sede di esame e in famiglia, e di cercare un lavoro che le permetta di fare le sue scelte liberamente. E' così che capita per caso nella redazione della, fittizia, rivista di moda Appeal. Qui inizierà la sua rivoluzione e inizierà anche la rivoluzione culturale Italiana che vedrà la nascita del prêt-à-porter, la trasformazione di Milano in capitale della moda, l'affermazione del made in Italy su scala mondiale e la reinvenzione della figura della donna che esce dalle cucine per diventare donna in carriera, consapevole e padrona del proprio corpo ma soprattutto del proprio destino.

Manifesto Fiorucci

Irene non è la sola donna "simbolo" di questa rivoluzione: accanto a lei ci sono la caporedattrice Rita Pasini, interpretata da Margherita Buy (che inizialmente sembra essere stata chiamata ad impersonare la Miranda Priesley de Il diavolo veste Prada ma che si rivela prestissimo essere un personaggio con ben altre sfaccettature) che porta con sé alcune note di quella tipica depressione e svagatezza di cui sono spesso tinte le sue interpretazioni e che arricchiscono il ruolo; e la trasgressiva Monica, interpretata dalla conduttrice e modella Fiammetta Cicogna, indipendente e sicura di sé.


"Raccontare il bello in una lingua universale ed emozionare tutti gli spettatori, non solo i colti"

(cit. S1-Ep1)


Emozionare con semplicità

Le trame Missoni

Questa è sicuramente una serie dal respiro internazionale, criticata da più lati per la promessa non mantenuta di dare la giusta risonanza alla grandezza dei personaggi raccontati e di scadere nel linguaggio patinato da fiction italiana. Ma non dobbiamo dimenticare che in 8 episodi gli autori riescono a portare in scena argomenti e fatti di enorme portata storica con un linguaggio semplice e mai pesante o retorico. Difficile riassumere il periodo storico raccontato senza scontentare nessuno, ma Made in Italy si ripropone semplicemente di raccontare una storia (ancora oggi incredibilmente poco conosciuta al grande pubblico) in maniera fluente e con un linguaggio lineare e godibile. L'obiettivo, cercato e raggiunto, è "raccontare il bello in una lingua universale" ed "emozionare tutti gli spettatori, non solo i colti", come dichiara nella prima puntata la caporedattrice Rita Pasini parlando del cinema di Visconti, creare un prodotto di facile fruizione ma ben confezionato e capace di accendere curiosità e interesse per l'argomento trattato.

Così, senza grandi pretese, Made in Italy strizza l'occhio al cinema americano e stacca di gran lunga il panorama mediocre della fiction all'italiana, curando i particolari e affidandosi ad un linguaggio semplice e di facile lettura, riuscendo anche a farsi perdonare alcune ingenuità narrative inserite qua e là.





 

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