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William Shakespeare's Romeo + Giulietta

  • Immagine del redattore: Valentina Gobbi
    Valentina Gobbi
  • 19 nov 2020
  • Tempo di lettura: 8 min

"Two Households, both alike in dignity,

In fair Verona, where we lay our scene,

From ancient grudge break to new mutiny,

Where civil blood makes civil hands unclean.

From forth the fatal lions of these two foes

A pair of star-cross'd lovers take their life;

Whose misadventur'd piteous overthrows

Doth with their death bury their parents' strife.

The fearful passage of their daeth-mark'd love,

And the continuance of their parents' rage,

Which, but their children's end, naught could remove,

Is now the two hours' traffic of our stage."


"Caos informe di belle forme" il film si apre con il prologo shakespeariano enunciato da una cronista televisiva:

"L'azione si svolge nella bella Verona, dove fra due famiglie di uguale nobiltà, per antico odio nasce una nuova discordia che sporca di sangue le mani dei cittadini. Da questi nemici discendono i due amanti, che nati sotto contraria stella, dopo pietose vicende, con la loro morte, annienteranno l'odio di parte. Le tremende lotte del loro amore, già segnato dalla morte, l'ira spietata dei genitori, che alla fine soltanto con la morte dei figli, ecco quello che la nostra scena vi offrirà in due ore".

Una parte dello stesso prologo viene ripetuto, subito dopo, da quella che sembra essere la voce di uno speaker, in un reportage. Le immagini che vediamo sono proprio quelle tipiche delle inchieste televisive.

Con questo espediente Luhrmann catapulta gli spettatori nel cuore del dramma e al centro del suo universo filmico. Un universo in cui gli antichi personaggi creati da Shakespeare si armano di pistole e attraversano la città su decadenti auto anni Settanta, in cui i cattivi vestono di nero e i buoni di bianco, e dove il "Bosco di Sicomoro" è un parco giochi in riva al mare.


E se Shakespeare fosse un odierno regista cinematografico?

L'idea di un Romeo e Giulietta cinematografico, nasce per Baz Luhrmann, dalla volontà di far rivivere sullo schermo l'opera del Bardo, come se egli stesso si trovasse a farlo. Bandite le interpretazioni Ottocentesche, Luhrmann e il suo team, hanno provato a riproporre le modalità con le quali Shakespeare attirava a teatro un pubblico chiassoso ed esigente - non molto diverso dal quello cinematografico odierno - mescolando nelle sue opere diversi generi, dalla commedia più scurrile alla tragedia classica.

Violenza, azione e canzoni popolari erano solo alcuni degli espedienti usati da Shakespeare e se oggi potesse girare egli stesso il suo Romeo e Giulietta non farebbe di certo un film ricercato. Di questo Luhrmann è fermamente convinto. Infatti afferma:

volevamo ritornare ad una narrazione cruda, diretta, appassionata, musicale, libera, energica, scurrile, selvaggia ed esuberante, come l'aveva intesa l'autore.

Anche se il testo Shakespeariano viene utilizzato e rispettato solo in parte, credo che l'azzardato adattamento di Luhrmann restituisca complessivamente l'intenzione originale dell'opera. Forse più di altri adattamenti filologicamente fedeli, questo film, riesce a mettere realmente in comunicazione Shakespeare con gli spettatori del XX secolo.

Nel lungo processo di preparazione è stato creato un mondo immaginario con delle precise caratteristiche e regole, con lo scopo di rendere accessibile agli spettatori una storia raccontata in pentametri giambici.

L'ambientazione, la recitazione e soprattutto i frequenti rimandi ad un immaginario filmico collettivo, hanno reso la storia comprensibile ed attuale. Il mondo elisabettiano viene narrato con immagini del XX secolo.

Fin dalla prima stesura della sceneggiatura, Luhrmann e il coautore Pearce hanno deciso che le forti connotazioni della scenografia e della conduzione registica, dovessero integrare, coadiuvare e chiarire la comprensione del testo.


La trasposizione

La trasposizione di un'opera letteraria, o teatrale, in testo filmico prevede sempre un certo numero di decisioni stilistiche. Portare sullo schermo l'opera di Shakespeare implica il dover accettare determinate regole inscindibili dal corpo della storia e che rappresentano la materia costituente del mondo elisabettiano.

Come mantenere, in modo credibile, quelle regole portando la storia ai giorni nostri? Probabilmente non sarebbe stato possibile ambientando il film in una città reale.

La Verona Beach in cui si svolge l'azione è una città fittizia, un amalgama di diverse città sudamericane ma anche un collage di immagini e simboli contemporanei. Solo una città con queste caratteristiche, poteva essere così fortemente rappresentativa.

Uno spazio irreale e frammentato si materializza nella mente degli spettatori attraverso l'uso del montaggio.

Fin dal prologo ci viene presentato uno spazio dalle caratteristiche peculiari. Era fondamentale spiegare il profondo legame che esisteva ai tempi elisabettiani, tra stato e chiesa.

Per questo motivo è stata posta una statua raffigurante Gesù nel centro cittadino. Nelle immagini del reportage che aprono il film, la statua ci appare molte volte e da diverse angolature. È subito chiaro che la religione è parte costituente di questo mondo. A ribadire il concetto c'è tutto un immaginario iconico che attraversa l'intero film. Quasi in ogni inquadratura è presente un simbolo religioso. Ambienti, oggetti e persone portano il segno di questo importante legame.

Ogni dettaglio della scenografia esprime un mondo elisabettiano raccontato con immagini del XX secolo.

L'uso delle armi pone alcune questioni. Il testo shakespeariano fa riferimento alle spade e ai pugnali esistenti all'epoca.

Luhrmann aggira l'ostacolo utilizzando moderne pistole che nel nome fanno riferimento alle armi bianche del testo originale.

Resta però il problema dei combattimenti. Alla Bazmark si sono chiesti se in un mondo in cui i ragazzi girano armati, con pistole e giubbotti antiproiettile, poteva esistere un rituale di combattimento. Molto probabilmente si sarebbero semplicemente sparati dalle auto in corsa. Nella Verona Beach di Romeo + Giulietta però non tutti portano le armi. I ragazzi Montecchi e Capuleti non sono ragazzi qualunque, non sono emarginati. Alle loro spalle ci sono due potenti famiglie. Sono borghesi dalle caratteristiche simili ai nobili di un tempo. In questo modo i rituali di combattimento sono socialmente legittimati.

Già nella scena del distributore, all'inizio del film, le 'regole del gioco' vengono presentate agli spettatori. Per la preparazione di questa scena gli attori sono stati seguiti dal coreografo John O'Connell. Il personaggio di Tebaldo è particolarmente curato in questo senso: è molto stilizzato, ha un portamento da ballerino di flamenco e i suoi movimenti aggiungono fascino e stile alla sparatoria in atto.

Dopo questo primo confronto tra le due bande rivali è chiaro che la prevalenza di un gruppo sull'altro è una questione di onore più che di potere. Quando ci sarà poi lo scontro sulla spiaggia gli spettatori avranno ben chiari il funzionamento e le motivazioni del combattimento rituale.


I personaggi

Per quanto riguarda i personaggi bisogna notare che nella trasposizione dal testo shakespeariano alcuni di loro vengono trasformati o soppressi.

In quello che è diventato un mondo contemporaneo i servitori delle due famiglie si sono dovuti trasformare: nel film sono ragazzi di clan opposti, amici e sostenitori delle famiglie rivali. Sansone e Gregorio, che peraltro nell'opera originale servono la famiglia Capuleti, diventano i "ragazzi" Montecchi. Anche per Abramo c'è un cambio di schieramento e da servo dei Montecchi diventa un Capuleti. Questo spostamento serve probabilmente a Luhrmann per riequilibrare i ruoli nello scontro al distributore.

Il resto della servitù viene eliminato ad eccezione di Baldassarre, servitore di Romeo, indispensabile per lo svolgimento dell'azione. A questo personaggio viene dato un ruolo molto particolare, è stato pensato come l'amico dei quartieri poveri che idolatra Romeo. Esistono personaggi simili in Fronte del porto (1954, Elia Kazan) e in West Side Story (1961, Robert Wise) ai quali Luhrmann si è liberamente ispirato.

Per rendere immediatamente chiaro il ruolo di ognuno di loro all'interno della storia, Luhrmann si è servito - come del resto nella costituzione dell'ambientazione e nello stile di ripresa - dell'immaginario filmico di alcuni generi cinematografici.

Gli appartenenti alle due famiglie rivali vengono caratterizzati attraverso l'uso e la rielaborazione di espedienti appartenenti al western. Anche in questo caso la scena iniziale del distributore stabilisce le regole. Lo stile di ripresa, la musica e, appunto, l'abbigliamento, spiegano le interrelazioni tra i personaggi.

I Capuleti, che il film dipinge come "cattivi", vestono prevalentemente di nero, i "boys" Montecchi, che sono solo dei ragazzi ribelli ai quali piace scherzare e divertirsi, vestono colorate camicie hawaiane, mentre Mercuzio, l'innocente sacrificato, veste di bianco.

In modo particolare nel personaggio di Tebaldo si possono riscontrare tutte le caratteristiche tipiche del "villain".

In analogia con la figura del cattivo nei film western, la sua funzione è quella di provocare disgrazie, diffondere maldicenze, fare del male. Non solo, ha anche un ruolo rispettabile nel contesto sociale, veste in modo impeccabile e fuma - sarà proprio la sua sigaretta a far saltare in aria il distributore di benzina. C'è anche un altro particolare che fa paragonare Tebaldo al "villain": ad un certo punto della scena un bambino alle sue spalle, con in mano una pistola giocattolo, fa con la bocca il verso di uno sparo, Tebaldo gli punta la pistola alla fronte e ripete il verso con un ghigno. Infatti uno dei particolari che nel western segnalano la presenza del cattivo, oltre che fumare o bere, è picchiare un bambino o un cane.

Come già accennato anche il linguaggio cinematografico usato in questa scena riprende gli stilemi del western. Oltre ad inquadrature e angolazioni della macchina da presa, vengono utilizzati i rallenti nei momenti di tensione e le carrellate e le zoomate a "schiaffo" quando l'azione rallenta.

Gli adulti invece, come in tutti i film di Luhrmann, vengono rappresentati in modo grottesco. Come già visto nei precedenti articoli dedicati alla Red Courtain Trilogy, la dimensione realistica è riservata ai ragazzi protagonisti delle sue storie e il mondo adulto è sempre un mondo surreale e distante.


Un dolce, subacqueo, contrappunto al caos

Per quanto riguarda i personaggi di Romeo e Giulietta il discorso è più complesso.

Se le scene delle sparatorie e degli scontri tra bande sono molto dinamiche e utilizzano spesso la camera a mano, la parte dedicata alla storia d'amore dei due ragazzi ha invece caratteristiche molto diverse. Le accelerazioni e i rallenti spariscono e lasciano il posto ad una narrazione fluida e intima. La macchina da presa si stringe in compiacenti primissimi piani creando un "dolce contrappunto al caos".

Allo stesso scopo è volta la simbologia dell'acqua legata ai due amanti. Non a caso lo stile cambia nel momento in cui vediamo Romeo immergere il proprio viso in un lavandino pieno d'acqua per liberarsi dall'effetto eccitante della "droga chimica dell'amore" che gli era stata data da Mercuzio.

Come spiega lo stesso regista nel commento audio all'edizione speciale del DVD:

Dal silenzio dell'immersione nasce il primo momento di vero amore.

Subito dopo ecco il primo sguardo tra Romeo e Giulietta attraverso i vetri di un acquario.

Le scene dedicate ai due protagonisti sono pervase "di bianco e di blu, di soavità, di momenti di silenzio e della purezza dell'acqua".

Anche Romeo e Giulietta, come il resto dei personaggi, ci vengono descritti in modo preciso fin dalla loro prima entrata in scena.

Romeo appare - nella sua prima inquadratura al "Bosco di Sicomoro" - come un poeta maledetto, immerso nel tormenti della sua anima. Il suo personaggio è stato pensato da Luhrmann come una specie di antieroe universale, a metà strada tra James Dean, Byron e Kurt Kobain. In questo senso Romeo rappresenta una sintetica maschera della postmodernità.

Giulietta invece viene presentata come un personaggio semplice ma irraggiungibile, quasi sospeso ed etereo. La sua prima inquadratura è un primo piano muto e 'subacqueo' - che anticipa la dimensione del suo amore per Romeo - e la propone come un essere isolato e lontano dal caos del mondo in cui pure vive.


La televisione come 'coro' delle nostre vite

È interessante la decisione di racchiudere l'intero film in una cornice mediatica.

Il prologo e l'epilogo sono momenti speculari: entrambi pronunciati da una cronista televisiva, il primo seguito e il secondo preceduto da una narrazione dalle caratteristiche tipiche del reportage.

Questo artificio narrativo, oltre ad iscrivere compiutamente il film in un definito progetto formale, corrisponde anche ad un tipico dispositivo postmoderno. Elementi di apparente realismo e di finzione referenziale del testo shakespeariano si fondono e si confondono. Ancora una volta però Luhrmann utilizza in modo paradossale un elemento diventato istituzionale nella scrittura postmoderna. Il coro del testo shakespeariano che apre e chiude il film, e che indica in modo lampante che non si tratta di un testo realistico, viene enunciato dal più classico dei mezzi 'realistici': la televisione.

Questo meccanismo di 'straniamento' non è tuttavia utilizzato come semplice fattore di distacco poiché per Luhrmann "la televisione è il coro delle nostre vite".

 

Riferimenti bibliografici:


- Shakespeare, Romeo e Giulietta, trad. It. di Salvatore Quasimodo in William Shakespeare Teatro completo - Le tragedie (a cura di Giorgio Melchiori) Mondadori, Milano 1976.

- Luhrmann, Baz, commento audio all'edizione speciale DVD di William Shakespeare's Romeo + Giulietta, Twenty Century Fox Home Entertainement, Inc., 2002.

- Leutrat, J. L.; Liandrat-Guigues, S., Le carte del Western, Le Mani, Genova 1993

- Hamilton, Lucy, "Baz vs. the Bardolaters, Or William Shakespeare's Romeo + Juliet Deserves Another Look", in Literature/Film Quarterly, Vol XXVIII, n. 2.

- Walker, Elsie, "Baz vs. the Bardolaters, Or William Shakespeare's Romeo + Juliet Deserves Another Look", in Literature/Film Quarterly, Vol XXVIII, n. 2.


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